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La rivista
Ars Interpretandi è un annuario di cultura giuridica dedicato non soltanto al pubblico dei filosofi del diritto, ma anche ai giuristi e ai filosofi interessati ai problemi giuridici. Il progetto di questa rivista scaturisce dall’esigenza diffusamente sentita di creare un forum di discussione per tutti coloro che a vario titolo si occupano dell’arte del diritto.
L’immagine di un diritto concepito come arte non va scambiata per quella tramandataci dalla tradizione del diritto romano. Da ars boni et aequi il diritto si è trasformato oggi in una tecnica sociale a carattere specialistico, oltretutto separata da altri aspetti della vita pratica, che aspira al rigore metodologico e all’efficacia funzionale. Questa rivista non è tuttavia legata ad una particolare concezione giuridica. Essa fa riferimento all’arte del diritto in quanto sfondo comune di una pratica sociale di tipo interpretativo, che fornisce una base di comunicazione tra coloro che studiano il diritto, da un lato, e l’ambito culturale in cui il diritto prende vita e si sviluppa, dall’altro.
Di fronte ad una crescente specializzazione della filosofia giuridica, alla sua complessità e astrazione teorica, gli editori e il comitato scientifico della rivista intendono ricondurre l’attenzione all’esperienza giuridica nelle sue manifestazioni elementari. Tale esperienza è costituita, in primo luogo, da una serie di innumerevoli atti interpretativi rivolti ad una pluralità di oggetti diversi. Per coglierli, basta considerare la fase di profonda trasformazione che vive cultura giuridica contemporanea. L’accelerazione dei mutamenti in atto ha contaminato l’evoluzione del diritto, da sempre assai ponderata e incline alla continuità. Se le culture giuridiche del passato sono state segnate da una durata millenaria, la cultura del diritto codificato, dopo un lasso di tempo di «soli» due secoli, mostra oggi chiari segni di disgregazione. Il punto focale del diritto non viene più individuato nel codice, quanto piuttosto nella costituzione, costringendo il giurista a riconfigurare il concetto stesso di «diritto». I contenuti del diritto dunque cambiano, ma ciò che rimane costante è il riferimento al diritto come ad una pratica interpretativa. E se interpretare non significa semplicemente riprodurre una realtà preesistente, quanto piuttosto interrogare e «agire» la realtà in modo che essa acquisti un proprio senso, allora la razionalità giuridica, dopo un lungo esilio nell’ambito della razionalità scientifico-strumentale, può riacquistare il proprio valore per l’esperienza giuridica, in quanto spazio di ragionevolezza pratica nel contesto delle società contemporanee. La trasformazione odierna della cultura giuridica diventa percepibile se osserviamo i cambiamenti delle tecniche interpretative e dei loro oggetti di attenzione. Ma l’interpretazione delinea parimenti il terreno comune che consente la discussione sia all’interno di una medesima cultura giuridica sia tra cultura giuridiche diverse. Nel mondo del diritto ci riconosciamo l’un l’altro non in virtù di un accordo sui criteri di validità del diritto o sul sistema delle fonti giuridiche, quanto piuttosto per il fatto che partecipiamo a pratiche interpretative comuni.
Sulla base di queste semplici ma essenziali considerazioni, appare innegabile che l’ermeneutica giuridica ha oggi acquistato il ruolo di «ponte» comunicativo tra ambiti diversi, come ad esempio tra diritto ed etica, diritto e politica, diritto e filosofia, teoria e pratica. Allo stesso tempo, tuttavia, non va negata l’esigenza di promuovere un approfondimento dello statuto disciplinare dell’ermeneutica, sia sotto il profilo filosofico sia dal punto di vista teorico-giuridico, attraverso una più precisa definizione dei suoi fondamenti. L’ermeneutica filosofica continua oggi a vivere un processo di espansione, riconoscendo nell’interpretazione giuridica uno tra i suoi originari luoghi di ispirazione. Il rapporto tra ermeneutica filosofica e interpretazione giuridica appare tuttavia ancora troppo vago e impreciso, non da ultimo per la diffidenza reciproca tra il filosofo e il teorico del diritto: entrambi sono infatti ancora condizionati da una serie di pregiudizi che impediscono un dialogo fruttuoso.
Questa rivista si propone di combattere l’incomunicabilità tra filosofia e giurisprudenza, eliminando le incomprensioni e i fraintendimenti in vista di una cooperazione intellettuale che riteniamo possa risultare fruttuosa per entrambi questi ambiti disciplinari. Siamo convinti che i giuristi possano arricchire la riflessione filosofica attraverso la concretezza delle loro analisi della realtà sociale, mentre i filosofi possano chiarire i presupposti della riflessione teorico-giuridica, ed in particolare le implicazioni ontologiche del paradigma ermeneutico.
L’ermeneutica contemporanea è stata accusata, tra le altre cose, di aver smarrito la sua autentica matrice filosofica, trasformandosi in una sorta di nuova koiné linguistica, in un idioma indistinto e vago della cultura occidentale. Il dibattito tra ermeneutica generale ed ermeneutiche settoriali, tra l’inclusività e l’indistinzione della prima e la specializzazione e la reciproca autonomizzazione delle seconde, è assai vivace. Ma il particolare non può essere separato dall’universale se vuole conservare il proprio senso, mentre l’universale non può ignorare il particolare se vuole mantenere ricchezza di significato.
L’esperienza giuridica sta intensificando oggi il suo ruolo di punto di incontro privilegiato tra studiosi di discipline diverse. Si tratta di uno spazio segnato dal conflitto ma anche dalla cooperazione, dalle differenze ma anche dalle comunanze, dall’attenzione per universale ma anche per il particolare, dal riferimento alle norme ma anche ai casi concreti, al linguaggio ma anche per la realtà sociale, alla comprensione ma anche alla giustificazione, all’interpretazione ma anche all’argomentazione, alle ragioni ma anche alle decisioni.
Offrendo uno spazio di incontro tra filosofia e cultura giuridica, Ars Interpretandi aspira a diventare un punto di riferimento per il dibattito giuridico e filosofico contemporaneo, riconoscendo nella sua apertura al dialogo con i diversi ambiti di conoscenza il nucleo originario del Perì hermeneìas, del comprendere come interpretare.
